RISARCIMENTO AI PARENTI DEL DANNEGGIATO

TERMINI DI PRESCRIZIONE DEL  DIRITTO AL RISARCIMENTO

DEI PARENTI DEL DANNEGGIATO.

Il termine di prescrizione di cinque anni opera anche per il coniuge e/o figli e/o altri congiunti del danneggiato i quali risultano contagiati dallo stesso congiunto o, anche in assenza di contagio, abbiano comunque subito danni riflessi per il turbamento dello stato d’animo; lo sconvolgimento della normale vita familiare; in sintesi, per il radicale quanto peggiorativo cambiamento della loro qualità di vita, dovendo porre attenzione a qualunque rapporto intrattengano col congiunto, in ogni espressione in cui si esplichi la “normale” vita di relazione familiare.

Lo stesso termine di prescrizione di cinque anni opera anche per chiunque agisca in giudizio iure hereditatis, cioè al fine di ottenere il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non, subiti da un proprio congiunto e che a costui sarebbero spettati, quand’anche fosse rimasto in vita, in conseguenza del contagioso evento trasfusionale e delle gravi patologie epatiche contratte.

Invece, chiunque agisca in giudizio al fine di ottenere il riconoscimento del proprio diritto al risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e non (da perdita del rapporto parentale, morale ed esistenziale) di riflesso patiti in conseguenza della morte di un proprio congiunto, avvenuta in conseguenza di un contagioso evento trasfusionale, delle gravi patologie epatiche contratte e dalla successiva ingravescenza delle stesse, agisce in giudizio iure proprio. Pertanto, per detta fattispecie è configurabile l’ipotesi di omicidio colposo, così operando la prescrizione decennale, giusto l’insegnamento espresso dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione secondo cui “…la prescrizione decennale nell’ipotesi di configurabilità di omicidio colposo opera solo in favore di quegli attori (congiunti del contagiato) che abbiano agito in giudizio (iure proprio) per il risarcimento del danno causato dal decesso ascrivibile all’emotrasfusione (o all’assunzione di emoderivati) con sangue infetto…” (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581).

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