RESPONSABILITA’ DEL MINISTERO DELLA SALUTE PER LE TRASFUSIONI INFETTE

Responsabilità del Ministero della Salute per le trasfusioni di sangue infetto.

Per le patologie contratte da qualunque soggetto in discendenza di trasfusioni di sangue infetto è responsabile il Ministero della Salute (ex Ministero della Sanità) in virtù degli articoli 2043, 2049 e 2050 del codice civile.

Infatti la Pubblica Amministrazione è incorsa in grave responsabilità non avendo esercitato e attivato i propri poteri-doveri di sorveglianza oltreché di selezione degli emoderivati. La responsabilità del Ministero deriva dalla violazione del principio del neminem laedere sancito dall’art. 2043 c.c., vale a dire, dalla tardiva emanazione di provvedimenti e dalla colposa omissione del dovere di controllo e vigilanza sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati.

Al Ministero della Salute è contestato d’avere emanato provvedimenti in ritardo; di non aver vigilato sulla puntuale esecuzione degli stessi; di non aver effettuato controlli sulla sicurezza del plasma importato dall’estero, ovvero, del sangue raccolto senza controllo dei donatori.

Sul Ministero incombeva il dovere di vigilare, al quale è coessenziale quello di attivarsi operativamente allo scopo di evitare o, quantomeno, di ridurre il rischio delle infezioni virali notoriamente insite nella pratica trasfusionale di sangue e nell’uso di emoderivati.

In particolare, già la legge n.286 del 13.03.1958 attribuiva al Ministero della Sanità il compito di provvedere ai servizi sanitari svolti dalle amministrazioni autonome dello Stato e degli Enti Pubblici e di emanare, per la tutela della salute pubblica, istruzioni obbligatorie per tutte le amministrazioni pubbliche che provvedono ai servizi sanitari.

Anche il c.d. “piano sangue”, previsto già dalla Legge n.592/67, che attribuiva al Ministero l’onere di emanare le direttive tecniche per l’organizzazione, il funzionamento ed il coordinamento dei servizi inerenti la raccolta, la preparazione, la conservazione e la distribuzione del sangue umano per uso trasfusionale, nonché per la preparazione dei suoi derivati, imputando allo stesso dicastero le funzioni di vigilanza, è stato attuato (tardivamente!) solo nel 1994, quindi, a distanza di quasi trent’anni. Quando, invece, lo stesso, se attuato immediatamente, avrebbe contribuito a realizzare tutti gli obiettivi di cui alla prefata legge, tra cui quello tendenziale dell’autosufficienza nazionale del sangue, intero e dei plasmoderivati, di cui era ed è nota l’importanza per prevenire e ridurre rischi causati da incontrollate importazioni dall’estero.

In fatto, il punto è che l’amministrazione ha negligentemente ritardato di porre in essere le misure che avrebbero potuto essere utili per realizzare quegli obiettivi.

Inoltre, e per altro profilo, l’amministrazione avrebbe dovuto tempestivamente informare le persone sui rischi connessi alle trasfusioni ed alla somministrazione di emoderivati, ma solo ad inoltrati anni ‘90 impose ai riceventi le trasfusioni l’obbligo di prestare il consenso informato sugli specifici rischi, previa l’informativa relativa.

Secondo un condivisibile orientamento scientifico, aarebbe stato sufficiente non utilizzare sangue o derivati provenienti da soggetti con valore di ALT elevati ovvero positivi al test dell’anti-HBC per ridurre i contagi dell’epatite C.

La responsabilità del Ministero è ancor più grave se si considera che esso, relativamente al virus dell’epatite C, non solo ha omesso di introdurre (e vigilare sull’attuazione de) i metodi conosciuti contro l’epatite B, ma, consentendo l’importazione di grandi quantità di sangue dall’estero ed anche da paesi come l’America e l’Africa, ove notoriamente alto era il rischio d’infezioni, senza alcun controllo effettivo sul sangue (e ancor meno sui donatori), e limitandosi ad un controllo sui documenti che lo accompagnavano, ha di fatto rinunciato ad esercitare quella vigilanza che era invece doverosa.

Il Ministero è responsabile oltreché per l’inosservanza della norma primaria del neminem laedere, anche per violazione dei doveri di prudenza, diligenza, imparzialità e legalità, e per inosservanza di molteplici fonti normative.

Trattandosi di un danno cagionato da un comportamento non provvedimentale della Pubblica Amministrazione, l’elemento soggettivo del dolo o della colpa si risolve nella violazione, la quale si traduce nella lesione dei diritti soggettivi dei terzi all’integrità psicofisica, delle regole di comune prudenza, ovvero di leggi e regolamenti la cui osservanza la P.A. è vincolata. In particolare, la violazione dei doveri di prudenza, diligenza, imparzialità e legalità, si risolve ancora una volta nella omissione del generico dovere di vigilanza sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati.

Indi, chiari i doveri e gli obblighi che l’art.1 della Legge 13 marzo 1958 n. 286 attribuiva al Ministero della Sanità (ora Ministero della Salute). Doveri, poi confermati anche da varie fonti normative succedutesi nel tempo: L. 592/67, D.P.R. 1256/71, D.M. Sanità 17/02/1972, D.M. Sanità 15/09/1972, L. 519/73, L. 833/78, D.L. 443/87, L. 107/90, D.lgs. 178/91, D.M. 12/06/1991, D.lgs. 502/92, D.lgs. 266/93, D.lgs. 449/97, 112/98, etc.).

Per finire, la responsabilità del Ministero della Salute, di natura extracontrattuale, è stata più volte confermata dalla Suprema Corte (ex multiis, Cass. civ., S.U., n.582/2008), oltreche’ dalla giurisprudenza di merito, tra cui il Tribunale di Caltanissetta con la sentenza n.367/2013.

Avv. Silvio VIGNERA

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